
L’introduzione della coltura dell’olivo in Sardegna si può far risalire al periodo compreso fra I’VIII ed il VII secolo a.C. ad opera di popolazioni di origine minoica, che ingentilirono gli olivastri locali con potature ripetute ed innesti.
Grazie alla costituzione di alcune importanti aree olivetate della Sardegna centromeridionale, in epoca romana si registrò un significativo sviluppo economico dell’olivicoltura.
La caduta dell’Impero Romano segnò un generale declino dell’agricoltura sarda e quindi anche della coltivazione dell’olivo. Abbandonata per tutte le epoche successive, l’olivicoltura conobbe la propria ripresa solo quando la Sardegna subì l’influenza politico-militare della Repubblica di Pisa, durante il XII ed il XIII secolo.
A questo periodo segui una fase caratterizzata da un modesto sviluppo che perdurò sino alla prima metà del XVII secolo, quando la legislazione spagnola consenti una certa espansione della coltivazione negli areali in cui era principalmente diffusa l’olivicoltura sarda.
Dopo la sostituzione dei governanti spagnoli con quelli piemontesi, e a seguito dei nuovi indirizzi agricoli individuati, furono avviate diverse campagne di sensibilizzazione con l’obiettivo di risvegliare l’attenzione degli agricoltori verso l’olivo e di migliorarne le tecniche produttive, estendendo le superfici coltivate e cercando di accrescere la qualità della produzione.