
L’olivo ha un’origine molto complessa: l’Olea europea L. è una specie collettiva che raggruppa un gran numero di varietà migliorate e moltiplicate per talea o per innesto, non conosciute allo stato selvatico.
Queste varietà si riconoscono dal portamento, dalla forma delle foglie e per i frutti e vengono spesso riunite sotto l’appellativo di Olea Sativa
A piante spontanee, cespugliose, spesso con spine e con frutti generalmente molto piccoli viene invece riservato il nome di Olea Oleaster.
Queste forme sono molto diffuse in Spagna, Portogallo, Nord Africa, Crimea, Caucaso del Sud, Armenia, Siria, Sicilia, Sardegna ecc.
L’olivo appartiene quindi ad un gruppo di piante coltivate di varietà, nate per mutazione o ibridazione, che si sono adattate, soprattutto per coltivazione, ad alcune condizioni specifiche quali clima, calore, luminosità e suolo.
Fu l’uomo mediterraneo del quaternario a mettere per primo l’Olea in coltura (che aveva ovviamente un mesocarpo carnoso oleaginoso) analogamente a quello che fece l’uomo africano dello stesso periodo con le palme Elaeis dal quale veniva ricavato un olio commestibile.
L’olivo però, rispetto alla palma ebbe ed ha, tutt’ora, il vantaggio della sua propagazione per talea dai suoi ovoli: infatti così come noi vediamo i polloni sulla ceppaia i nostri antenati si accorsero che dagli ovoli crescevano piante identiche alla pianta madre.